Mirna Mastronardi, meno di quarant'anni, è una donna fantastica: bella, intelligente, colta, simpatica, raffinata, impegnata, combattiva. Ma è una mamma che porta con sé l'orrore della ferita più incommensurabile e inconcepibile che possa colpire un essere umano, la morte della figlia.
Il 4 ottobre 2024, Dea, la sua unica figlia cresciuta da madre single, si toglie la vita, a soli quindici anni, a Pisticci, nella sua cameretta, mentre la mamma era fuori città per lavoro. Un gesto inaspettato, che fa calare il buio su tutto, laddove Dea portava solo luce. Mirna precipita nel baratro di un dolore senza scampo, in balia di sensi di colpa, interrogativi, rimpianti, silenzi che urlano, assenze che soffocano, ricordi che lacerano.
Nel tentativo di trovare un senso al vuoto incolmabile di questa nuova vita senza di lei, la madre inizia a scriverle. Il racconto della sua vita e della loro assieme. Mirna nacque in un piccolo paese della Basilicata, in provincia di Matera. Con studio e volontà è diventata giornalista pubblicista, ha lavorato e viaggiato. Quando scoprì di essere incinta, non ebbe dubbi nel decidere di crescere da sola la sua amata creatura, dato che il padre biologico non ne aveva l'intenzione. Dal primo istante che ha saputo di aspettarla, Dea è stata ed è rimasta la sua "unica ragione di vita". L'esistenza le ha presentato tra i suoi conti amari anche la lotta contro il cancro, la perdita del lavoro, le insicurezze economiche. Ma ogni difficoltà patita ora sembra scomparire di fronte al dolore più immenso che è sopraggiunto dopo. Dea era una bambina intelligente, allegra e generosa, un'adolescente dolce e sensibile, brava a scuola, sempre sorridente, affettuosa con la mamma con cui aveva un rapporto simbiotico e i nonni, sempre presenti e attaccatissimi a lei.
Mirna continua a non sapere cosa sia accaduto nella mente della sua ragazza. Dea non era depressa, non era ammalata, amava la vita. "Quando se ne stava da sola sull'altalena, chissà che cosa pensava. Cosa ascoltava, nelle cuffiette che aveva sempre nelle orecchie. Che cosa l'ha convinta che l'unico modo per sfuggire al suo dolore fosse quello di rinunciare alla vita. A quella vita a cui ci siamo sempre aggrappate con forza, davanti alla povertà, alla malattia, alle difficoltà", racconta Mirna. Alla ricerca della verità, Mirna ha scoperto, dopo la tragedia, il mondo adolescenziale della figlia che non conosceva, fatto di solitudine e insicurezze, un dolore interiore celato alla madre per non farla preoccupare. Il bullismo potrebbe aver avuto un peso nel disagio di Dea. Mirna individua nel passaggio alle scuole medie un punto di crisi per la sua bambina: "Sono stati anni di grande isolamento.
Aveva giusto qualche amica, non usciva mai. Soffriva per il giudizio dei suoi compagni sul suo corpo che stava prendendo le fattezze di una donna. La definivano secchiona o raccomandata, perché ero stata eletta nel Consiglio d'istituto. Una volta, si ribellarono perché il professore di francese le fece distribuire i compiti in classe: non volevano che lei vedesse i loro voti, insinuando che li volesse giudicare. Anche andare bene a scuola era diventato qualcosa di riprovevole. A quell'età il giudizio è tutto. Diventi quel giudizio, ti convinci di essere sbagliata. Il desiderio di essere accettata l'aveva portata a cercare di omologarsi. Fu disposta a farsi abbassare i voti pur di sentirsi come gli altri". Anche il web può avere avuto un ruolo preponderante nel turbarla. Dopo la sua scomparsa, la madre ha trovato disegni inquietanti che ritraevano ragazze che vomitavano, con sondini o flebo, e la visione di contenuti online che alimentano l'autolesionismo e le vulnerabilità dei giovanissimi.
Da qui nasce l'idea nel cuore spezzato di Mirna di fondare un'associazione in nome della figlia, "Dea per sempre", per proteggere i ragazzi più fragili e denunciare i pericoli invisibili che li circondano e per sensibilizzare le istituzioni e l'opinione pubblica sui temi del disagio giovanile e della prevenzione del suicidio. "Perché se non sono riuscita ad aiutare in tempo mia figlia, forse sarà proprio la sua storia a poter aiutare altri", sostiene. Ai ragazzi dice: "Parlate, chiedete aiuto, la vita è preziosa e va vissuta, tutto si può risolvere. Non cedete all'omologazione. Guardatevi allo specchio e imparate ad amarvi per quello che siete. Staccate gli occhi da quel telefonino!". Agli adulti: "Ascoltate i giovani senza giudicare. Dobbiamo fare di più. È una pandemia silenziosa". Ogni 6 febbraio, l'associazione celebra il compleanno di Dea con il concorso di scrittura «Cara Dea» che invita studenti e studentesse a scrivere lettere o barre rap rivolte all'adolescente prematuramente scomparsa.
Da tutto questo percorso è nato un libro importante, "Sarò la tua voce: La storia di Dea e il dolore di una generazione". Intimo, toccante, illuminante, attualissimo. Racconta una storia bella, di amore e di vita nonostante l'epilogo devastante, e contribuisce a spiegare i giovani di oggi.
Con il libro e con l'associazione, Mirna gira le scuole e le librerie d'Italia per raccontare la storia della figlia e lanciare un grido di allarme: "Il disagio adolescenziale è subdolo e insidioso, non sottovalutiamone i segnali".
Dare voce alla figlia che non può più dire la sua, è diventata la sua missione, lo scopo della sua vita: "Vivo per dare voce alla tua storia. Se anche solo un ragazzo si sentirà meno solo, allora tutto questo avrà un senso".
Nel mondo, 800.000 persone muoiono ogni anno per suicidio; di questi, 46.000 sono adolescenti. Il suicidio rappresenta per gli adolescenti una delle principali cause di morte a livello mondiale e costituisce una rilevante emergenza sanitaria e sociale. Le ragazze riportano generalmente una maggiore frequenza di ideazione e tentativi di suicidio, mentre i ragazzi presentano tassi più elevati di suicidio completato, principalmente a causa dell'utilizzo di metodi più letali. Il suicidio in adolescenza costituisce un fenomeno complesso e multifattoriale che non può essere spiegato attraverso una singola causa, bensì dall'intreccio di disturbi psicologici, vulnerabilità emotive, difficoltà familiari e problematiche sociali. Le condizioni predisponenti (a rischio) per il suicidio adolescenziale contemplano:
- Fattori genetici (familiarità per suicidio) - Fattori familiari (famiglie disfunzionali) - Esperienze sociali negative (relazioni conflittuali con i pari, bullismo, cyberbullismo, ritiro sociale, minority stress) - Presenza di disturbi mentali, che appaiono attualmente in crescita a livello globale. La depressione rappresenta la condizione più frequentemente associata al comportamento suicidario adolescenziale. Sentimenti persistenti di tristezza, disperazione, inutilità e perdita di interesse per le attività quotidiane possono favorire la comparsa di pensieri suicidari. Anche i disturbi d'ansia, il disturbo bipolare, i disturbi alimentari e l'abuso di sostanze aumentano significativamente il rischio. - Influenze dei social tramite lo sviluppo di sentimenti di inadeguatezza, confronto sociale negativo, solitudine, rabbia o l'esposizione a contenuti potenzialmente dannosi relativi all'autolesionismo o al suicidio. - Disregolazione emotiva: spesso alla base del suicidio adolescenziale non ci sono gravi stati depressivi o altri problemi di salute mentale o difficoltà di vita angoscianti. In questi casi il comportamento suicidario è la risposta a condizioni di sofferenza emotiva che, in un cervello ancora immaturo e per questo molto dominato dalle reti neurali più soggette a impulsività, scarsa obiettività, insufficiente valutazione delle conseguenze, drammatizzazione ed esasperazione, creano un corto-circuito emozionale che può esitare in conseguenze catastrofiche. Il ruolo centrale in questi casi non sottesi da patologia mentale è svolto dalla disregolazione emotiva: difficoltà nella gestione delle emozioni intense, dell'impulsività e della frustrazione. In questi giovani, di fronte a un'emozione acuta che non riescono a controllare, il suicidio può essere percepito come una soluzione estrema per interrompere una sofferenza considerata in quel momento insopportabile.
La prevenzione si fonda sull'identificazione precoce dei segnali di rischio ai fini di un accesso tempestivo alla presa in carico psicologica/psichiatrica. Non sempre però il dolore di un adolescente "fa rumore"; segni di disagio possono essere impulsività, autosvalutazione, pessimismo, rabbia, chiusura, isolamento, ossessioni, cambiamenti inspiegati (come calo del rendimento scolastico, alterazioni del sonno e dell'alimentazione, perdita di interesse per attività precedentemente gratificanti), comportamenti autolesivi, distacco dalle cose materiali e donazione di oggetti personali importanti. Ma, tante volte, nulla di tutto questo.




