È vero! Di dislessia si parla tanto negli ultimi anni, ma forse ancora non abbastanza!
I dislessici, circa l'8% della popolazione scolastica, soffrono di un disturbo "subdolo", di non facile e immediata identificazione.
È una "diversità" in bambino assolutamente "non diverso".
Il dislessico, infatti, conduce una vita assolutamente "normale", fuori dall'ambiente scolastico, mentre in classe viene generalmente etichettato come un bambino "lento", "pigro" o "svogliato". Solo in relazione ad un compito scritto emergono le sue difficoltà che portano poi a riconfermare, agli occhi dei docenti, il suo fantomatico "disimpegno" scolastico.
L'assenza di una diagnosi tempestiva fa si che molti ragazzi, non riconosciuti come dislessici, soffrano della frustrazione dei loro fallimenti e non ottengano alcuna facilitazione ed adattamento di tipo didattico.
La mancata diagnosi ha, infatti, importanti conseguenze psicologiche e può avere effetti devastanti: spesso induce il ragazzo all'abbandono della scuola e lo condanna ad un futuro professionale di basso livello, nonostante potenzialità intellettive assolutamente normali. Compromette, inoltre, uno sviluppo equilibrato della personalità del bambino e un adattamento sociale sereno.
Attualmente, in Italia, a differenza di quanto accade in numerosi paesi europei, non sempre basta la diagnosi di dislessia per cambiare la triste condizione che i nostri dislessici vivono quotidianamente dietro i banchi di scuola. Benché esista una specifica normativa, non sempre l'applicazione risulta adeguata.
La scuola dovrebbe accogliere ed adeguarsi alla "diversità", adottare programmi specifici adatti alle capacità dei singoli.
Sarebbe necessaria, quindi, una precisa valutazione del livello scolastico del bambino e delle specifiche difficoltà e, in relazione a queste, adottare strumenti flessibili, commisurati al singolo caso, volti a compensare il deficit. Consentire, ad esempio
• l'uso di tabelle: molti dislessici hanno difficoltà nel riconoscere ed orientare le lettere dell'alfabeto, nel memorizzare i mesi dell'anno, etc; • l'uso della tavola pitagorica e del calcolatore: numerosi dislessici sono anche discalculici, hanno cioè difficoltà con le tabelline e nel fare i calcoli; • registratore; • computer con programmi specifici e correttore ortografico; • dizionari computerizzati; • programmazione delle interrogazioni.
Parallelamente il bambino dovrebbe essere dispensato dalla lettura ad alta voce e dalla scrittura veloce sotto dettatura. Infine, occorrerebbe adottare misure valutative per le prove scritte, che tengano conto del contenuto e non della forma.
L'uso di tali facilitazioni andrebbe periodicamente rivalutato e rimodellato in relazione ai progressi terapeutici del bambino.
Attualmente nella scuola italiana, l'applicazione di tali misure non è sempre scontata.
Ed è per questo motivo che, ancora oggi, la pratica clinica ci porta di fronte a ragazzini frustrati, stanchi di una scuola talvolta mortificante e giudice che induce (per fortuna solo in pochissimi casi) un anacronistico terrore della bocciatura.
Ci auguriamo che tutto questo cambi presto!
Dott.ssa Mariarosaria d'Esposito Logopedista Tel. 338.31.91.494 email: bettyroz@yahoo.it




