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Salute

Cinque anni dal Covid. A che punto siamo?

di Redazione · marzo 2025

Cinque anni dal Covid. A che punto siamo?

Era il 20 febbraio del 2020 quando il primo caso autoctono (cioè che si è sviluppato localmente) da virus SarsCov2 è stato ufficialmente confermato nel nostro Paese: all'Ospedale di Codogno (Lodi) arrivò il risultato del tampone effettuato su un giovane uomo ricoverato per distress respiratorio, Mattia Maestri: fu lui il "paziente numero 1" in Italia. Il 29 gennaio 2020, una coppia di turisti cinesi in vacanza a Roma e originari dalla provincia di Wuhan erano già risultati positivi e furono ricoverati allo Spallanzani, ma erano casi importati.

In Cina le ricostruzioni eseguite dopo lo scoppio dell'epidemia situano al 1 dicembre 2019 il primo paziente in cui sia documentata l'infezione, ma la comprensione della malattia con la comunicazione all'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) è avvenuta solo a fine dicembre. L'Oms il 22 gennaio 2020 ha confermato la trasmissione interumana del Covid e il 30 gennaio ha dichiarato l'emergenza sanitaria internazionale; l'inizio della pandemia è stata dichiarato il primo marzo 2020, mentre dopo 3 anni, il 5 maggio 2023, è stata dichiarata ufficialmente la fine dell'emergenza sanitaria.

La pandemia è stata la crisi sanitaria più feroce dei tempi moderni e conta ad oggi, ma sono cifre sicuramente sottostimate e che continuano a crescere, 7 milioni di morti nel mondo e solo nel nostro Paese oltre 197mila morti, falcidiando in particolare le persone anziane o con fragilità e comorbidità.

Attualmente, il Coronavirus Sars-CoV2 è sempre in circolazione a livello globale, ma è ormai entrato a far parte del mix di patogeni respiratori che colpiscono le popolazioni in inverno, monitorati in Italia dalla rete di sorveglianza RespiVirNet. La sua peculiarità è un'enorme capacità di evolversi, grazie alla continua comparsa di nuove mutazioni della proteina Spike che danno vita a nuove varianti in grado di eludere le difese pregresse dell'organismo e creare reinfezioni, responsabili dell'andamento ondulante della pandemia con ripresa del picco dei contagi ogni 4-6 mesi. In Italia attualmente si assiste alla co-circolazione di differenti sotto-varianti di JN.1 attenzionate a livello internazionale. Tra i diversi lignaggi identificati, il tipo ricombinante XEC risulta attualmente maggioritario. XEC è una combinazione di due diverse varianti: KS.1.1 (una cosiddetta variante FLiRT) e KP.3.3 (variante FLuQE). Tale variante ha mostrato un notevole "vantaggio di crescita" a livello globale, possedendo mutazioni che la rendono competitiva sulle altre varianti: mostra infatti la crescita più rapida osservata finora.

Apparsa per la prima volta a Berlino a fine giugno 2024, dal suo primo debutto si è diffusa rapidamente in Europa, Nord America e Asia diventando in pochi mesi dominante nel mondo. Tra le nuove varianti che insidiano XEC, la LP.8.1, sottolignaggio emergente della famiglia JN.1, che, oltre alla capacità di elusione immunitaria, mostra un deciso vantaggio di coinvolgimento di Ace2, il recettore di membrana che rappresenta la "porta" che la proteina Spike del virus usa per entrare nelle cellule umane.

Oggi, fortunatamente, diffusione e incidenza del Covid, indice di trasmissibilità Rt calcolato sui casi con ricovero ospedaliero, occupazione di posti letto in area medica e in terapia intensiva e gravità e letalità non raggiungono più lo spettro allarmante che ha fermato il mondo e il Paese in era pandemica. Infatti, l'immunità ibrida presente nella popolazione (da pregressa infezione e vaccino) e il sempre maggior adattamento del virus all'ospite umano hanno comportato progressiva attenuazione della sintomatologia. Resta tuttavia il rischio del Long Covid o sindrome post-Covid o Pasc, acronimo di Post-acute sequelae of SARS-CoV-2 infection: sintomi, segni e condizioni che si sviluppano, persistono o si ripresentano nel tempo dopo l'infezione acuta. Il quadro può durare settimane, mesi o anni e si stima interessi oltre il 30% delle persone colpite. Sembra che i pazienti vaccinati abbiano minore probabilità di riportare sintomi cronici rispetto ai non vaccinati. I sintomi contemplano affaticamento, dispnea, dolore toracico, astenia, dolori muscolari, complicazioni cardiovascolari, alterazioni metaboliche, cefalea, insonnia, disfunzioni cognitive e disturbi neuropsichiatrici come disagio, stato di preoccupazione o tristezza persistente. I sintomi comportano impossibilità a riprendere la routine di tutti i giorni, con un forte impatto negativo sulla qualità di vita.

Uno studio condotto nel Regno Unito su oltre 18 milioni di adulti e pubblicato su JAMA Psychiatry ha mostrato un aumento dei tassi di malattie mentali, come depressione e psicosi, per un periodo che può arrivare fino a un anno dopo l'infezione, specialmente tra coloro che hanno avuto un'infezione grave e non erano vaccinati. Secondo il progetto scientifico Pascnet, coordinato dall'Università Cattolica del Sacro Cuore sul territorio della Lombardia, la Regione più colpita dal Covid, il Long Covid interessa 6 pazienti su 10 ospedalizzati e 1 su 10 tra coloro che non hanno richiesto ricovero. Lo studio RECOVER ha indagato il Long Covid in bambini ed adolescenti (6-17 anni): almeno 1 sintomo prolungato è stato riportato dal 45% dei bambini in età scolastica e nel 39% degli adolescenti. Lo studio CLoCK, condotto dai ricercatori dell'University College London su oltre 12.000 adolescenti tra gli 11 e i 17 anni e pubblicato su Nature Communications Medicine, rivela che il 70% dei giovani che presentavano sintomi di Long Covid si è ripreso entro 24 mesi, mentre nel 30% i sintomi erano persistenti. A maggior rischio di persistenza dopo i 24 mesi: gli adolescenti più grandi; i giovani appartenenti alle fasce socioeconomiche più svantaggiate; le ragazze, che avevano quasi il doppio delle probabilità rispetto ai ragazzi di soddisfare la definizione di Long Covid dopo 24 mesi.

Tra i meccanismi principali ipotizzati alla base del Long Covid: infiammazione cronica, disfunzione endoteliale, alterazione mitocondriale, compromissione del microbiota intestinale, danni diretti o indiretti agli organi causati dall'infezione virale. I danni possono essere provocati anche dalla persistenza del virus, che secondo uno studio dell'Università della California a San Francisco può permanere nell'organismo anche a distanza di oltre un anno dalla fase acuta della malattia. Uno studio del Centro Cardiologico Monzino e dell'Università Statale di Milano, pubblicato sul Journal of American College of Cardiology Basic to Translational Science, ha identificato nell'infiammazione di basso grado e nell'attivazione piastrinica la causa dei danni polmonari nella sindrome Long Covid. Alcuni marcatori biologici possono svelare il Long Covid attraverso un esame del sangue, come proteina C reattiva e interleuchina 6.

Uno studio dell'Università Cattolica, Campus di Roma - Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù IRCCS pubblicato sulla rivista Pediatric Research ha individuato la "firma proteica" del Long Covid nel plasma dei bambini affetti: eseguendo un'analisi della componente proteica del sangue (proteomica) grazie all'aiuto dell'Intelligenza Artificiale si è individuato un gruppo di chemochine pro-infiammatorie e pro-angiogenetiche presenti in elevate concentrazioni.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Arteriosclerosis, Thrombosis, and Vascular Biology, il Covid ha anche aumentato significativamente il rischio di eventi cardiovascolari (infarto, ictus e morte) fino a 3 anni dopo l'infezione, in particolare dopo una forma grave, ma le persone con gruppo sanguigno 0 sembrerebbero più protette.

Uno studio dell'Università di Padova pubblicato su Journal of Molecular Sciences, ha trovato anche che il Covid-19, attraverso lo stress ossidativo, accelera l'invecchiamento biologico anche tra gli asintomatici e soprattutto tra i maschi, documentato da aumento della DNAmAge, un marker molecolare di invecchiamento, e da riduzione della capacità respiratoria e della frequenza cardiaca media.

Tra gli effetti a lungo termine della pandemia di Covid-19 ci sono anche quelli indiretti: a causa delle politiche di distanziamento sociale e di restrizione alla mobilità, della paura del contagio e del sovraccarico delle strutture sanitarie, ci sono state notevoli interruzioni nell'erogazione di servizi sanitari come l'assistenza ambulatoriale, le prestazioni di screening, la diagnostica e le attività di prevenzione. I ritardi accumulati hanno ridotto i livelli di assistenza e creato congestione dei servizi sanitari dopo la fine della pandemia, a cui solo recentemente il decreto "liste di attesa" ha cercato di porre rimedio.

Restano infine le profonde conseguenze della pandemia sullo sviluppo cognitivo e psicologico dei giovani e sul benessere mentale della popolazione. Un recente studio dell'Università della California pubblicato sulla rivista Scientific Reports evidenzia ad esempio un calo significativo a lungo termine della competenza cognitiva dei bambini di età prescolare (tra i 3 e i 5 anni e mezzo) in esito alla pandemia, con un calo ancora più drastico tra i bambini provenienti da famiglie meno abbienti, causa le minori risorse disponibili al loro supporto.

D'altro canto, la pandemia è stata una sindemia, cioè ha agito in maniera sinergica con le condizioni di svantaggio sociale nell'acuire le disuguaglianze. Lo dimostra anche il dato Istat che la mortalità per Covid-19 è mediamente più elevata nelle persone con un livello di istruzione più basso. In mancanza di una terapia specifica applicabile a tutti gli infetti, l'arma principale contro il Sars-CoV2 è rimasta il vaccino.

La pandemia ha prodotto il più intenso sforzo nella prevenzione della storia: in meno di 4 anni sono stati somministrate quasi 14 miliardi di dosi di vaccini. Uno studio dell'Oms Europa uscito su Lancet respiratory medicine stima che in Europa i vaccini hanno salvato oltre 1,6 milioni di vite negli over 25 tra dicembre 2020 e marzo 2023. Il numero di vite salvate dai vaccini è probabilmente più alto, dal momento che non è stato considerato l'effetto gregge a livello di comunità e i dati sulla mortalità da Covid sono stati probabilmente sottostimati.

È ormai assodato che i vaccini sono poco efficaci nel proteggere dal contagio dell'infezione e che questa protezione diminuisce piuttosto rapidamente dopo 4 mesi, tuttavia sono efficaci contro esiti gravi come l'ospedalizzazione e la morte e questo effetto protettivo è più sostenuto nel tempo. I vaccini attuali aggiornati contro la variante JN.1 hanno dimostrato di fornire una buona protezione contro tutte le varianti in circolazione. Attualmente viene raccomandata dal Ministero della Salute una dose di richiamo annuale per le categorie a rischio quali over 60, operatori sanitari, lungodegenti, donne in gravidanza o in allattamento, malati cronici tra i 6 mesi e i 59 anni, diabetici, obesi, dializzati, trapiantati, immunodeficienti, persone Down, disabili, endocrinopatie, emopatie, epatopatie, tumori e malattie neurologiche. La vaccinazione viene consigliata a familiari, conviventi e caregiver di persone con gravi fragilità.

In conclusione, l'esperienza violentemente traumatica del Covid ha lasciato l'insegnamento che la possibilità di una nuova pandemia è sempre reale e il mondo deve essere preparato a non farsi sopraffare come è avvenuto col SarsCoV2. Per questo ha avuto molto risalto sui media la scoperta da parte di un team cinese di un nuovo Coronavirus dei pipistrelli che comporta il rischio di trasmissione da animale a uomo perché utilizza per entrare nelle cellule umane lo stesso recettore del Sars-CoV2, l'Ace 2. Lo studio è stato guidato da Shi Zhengli, la virologa nota come la "batwoman" per la sua vasta ricerca sui Coronavirus dei pipistrelli. E il mondo trema…