Tra gli atteggiamenti mentali che inibiscono la felicità, l'aspettativa ha senza dubbio un ruolo determinante. È infatti uno dei frutti più velenosi dell'ipertrofia dell'io, che ci condiziona anche riguardo agli eventi futuri, rendendoci schiavi del 'come dovrebbe essere'.
L'aspettativa rende infatti scontato anche ciò che ha da venire, ingabbiandoci nell'idea, sicura premessa di malessere, secondo la quale saremo felici solo a patto che si realizzi l'esatto disegno che abbiamo in testa. Il che, come attesta l'esperienza, non accade quasi mai. Ecco allora fiorire la delusione, che il più delle volte nasce non per l'insoddisfazione riguardo a ciò che si è verificato, bensì per lo scollamento tra il modo in cui le cose avvengono e il modo in cui invece ci si aspettava che avvenissero. Come se per noi contasse soprattutto, non la realizzazione di un desiderio, ma la sua perfetta adesione al modello che avevamo in mente.
L'aspettativa è il 'secondo pensiero' Questo modo di porsi non solo ci incatena all'altalena illusione-delusione, ma ci distrae dal momento presente, impedendoci di imparare che ' ogni cosa è perfetta così com'è ', che non c'è un gesto migliore di un altro, che in ogni azione che compiamo non ci dev'essere un secondo fine. 'Aspettarsi' questo o quello significa invece collocarsi in un tempo che non c'è, schiavi di un comportamento finalizzato alla realizzazione dell'obiettivo: il che crea in noi una tensione costante, che è la radice di ogni disagio. Inoltre, fissandoci su uno scopo esterno, ci porta a rinviare il benessere al momento in cui l'avremo raggiunto. 'Sarò felice solo quando avrò una casa mia… Solo quando mi chiederà di sposarlo…. Solo quando sarò diventato dirigente…' Si finisce così per ridurre la nostra vita a un'attesa: di qualcosa che migliori, di qualcuno che risolva i problemi. L'attesa ci fa perdere di vista noi stessi e ciò che è qui adesso, ci costringe a rinviare il benessere a domani.
E rinviare significa rinunciare all'irripetibilità della vita È questa la realtà illusoria che la saggezza orientale definisce 'secondo pensiero' e che inquina, con la sua presunzione di sapere sempre e comunque cosa sia meglio per noi, la possibilità di essere felici adesso..
I condizionali, le ipotesi, gli obiettivi (linguaggio dell'aspettativa), ingabbiano ogni nostra azione in uno scopo. Dice la saggezza africana: 'Quando gli dei vogliono punirci, esaudiscono i nostri desideri'.
La felicità è non avere aspettative Tutte le tradizioni culturali religiose ci invitano a guardare in noi stessi, a cercare la felicità dentro di noi. Come se l'essenza stessa del benessere, fosse lo sguardo rivolto verso la nostra interiorità. Di fatto, la percezione che siamo lì, nella cosa che stiamo facendo, come se non esistesse nient'altro, in uno stato di semplice osservazione, è l'unico modo per svincolarci dalle sirene della mente.
Agendo questa presenza 'incontaminata', accediamo ad uno stato di grazia magica, che è la felicità. In questa prospettiva il malessere è 'pensare ad altro' perché rompe l'incanto.
L'aspettativa ci condanna a pensare sempre ad altro. Non solo: ci fa credere che esista solo 'altro' e che sia ancora 'altro' a decidere del nostro benessere. Chi nutre aspettative è destinato al disagio, perché è in uno stato di costante assenza da sé.
Ecco perché, anche quando le aspettative si esaudiscono, non sappiamo goderne fino in fondo: perché a provare soddisfazione è solo la mente. Il filosofo Schopenhauer sosteneva che la vita è come un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia….la felicità appartiene a coloro che bastano a se stessi…
Appena si esaudisce un desiderio, la mente si proietta (e noi con lei) subito altrove. Mentre tutto è qui, adesso: anche la felicità.




