Emergenza sanitaria pubblica internazionale L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha dichiarato il 16 maggio 2026 il massimo livello di allerta previsto dal Regolamento sanitario internazionale per un'epidemia: l'Emergenza di Sanità pubblica di Rilevanza internazionale ("Public Health Emergency of International Concern", PHEIC). Questa definizione si applica a "un evento straordinario che costituisce un rischio di salute pubblica per altri Stati attraverso la diffusione internazionale di una malattia, e che potenzialmente richiede una risposta coordinata a livello internazionale". Si tratta di una procedura che permette di far scattare un'allerta internazionale, mobilitare risorse straordinarie e coordinare una risposta globale. Oms valuta un rischio sanitario "alto", nell'area interessata, a livello regionale e nazionale. Ha convocato un "Comitato di Emergenza" che coordini le attività di risposta: invio di squadre specializzate di intervento, rafforzamento della sorveglianza epidemiologica, conferma laboratoristica dei casi, valutazione delle misure di prevenzione e controllo delle infezioni, attivazione di centri di trattamento sicuri e iniziative di coinvolgimento delle comunità locali.
L'epidemia in corso Secondo gli ultimi dati Oms si contano oltre 900 casi sospetti, più di 220 morti sospette, almeno 105 casi confermati. Ma i numeri reali sono probabilmente molto più alti, in quanto i casi emersi potrebbero rappresentare solo "la punta dell'iceberg". Ci si aspetta inoltre un aumento di queste cifre, ora che l'epidemia è scoppiata. Si ignora da quanto tempo il virus stesse circolando nella popolazione. Gli epidemiologi non sono ancora riusciti a operare la ricostruzione dell'origine dell'epidemia e identificare il paziente "zero". L'allerta è scattata il 5 maggio, con la segnalazione all'Oms da parte delle autorità locali di un focolaio ad alta mortalità di origine sconosciuta nella provincia orientale dell'Ituri, con decessi anche tra operatori sanitari. Il 15 maggio è stato identificato quale responsabile il virus Bundibugyo. Si tratta del diciassettesimo focolaio epidemico di Ebola nel Congo, da quando la malattia è stata identificata per la prima volta nel 1976. In passato sono state documentate due epidemie da Bundibugyo virus, in Uganda nel 2007 e nella Repubblica Democratica del Congo nel 2012. L'ultimo focolaio di Ebola risale al settembre 2025, nel Congo, ma si trattava del ceppo Zaire, con 64 casi e 45 decessi.
Le preoccupazioni Questa epidemia è profondamente preoccupante perché ha un potenziale di importante diffusione e letalità, a causa di diversi fattori di rischio: il ceppo Bundibugyo ha mortalità elevata (30-50%); non sono disponibili, a differenza di altre forme di Ebola, cure specifiche e un vaccino approvato; sta circolando in aree già devastate da instabilità politica locale, conflitti armati, violenze, alta densità di popolazione, mobilità elevata legata all'attività mineraria, sfollamenti, migrazioni transfrontaliere, povertà, carestia, crollo dei finanziamenti umanitari, difficoltà logistiche (aree difficili da raggiungere, con pochi collegamenti aerei), sistemi sanitari fragili, carenza di forniture essenziali per la gestione dell'emergenza, disinformazione, scarsa adesione alle misure di prevenzione, sfiducia verso le autorità sanitarie.
La risposta internazionale In assenza di vaccini e terapie specifiche, l'Oms richiama l'importanza delle misure di sanità pubblica: sorveglianza epidemiologica, tracciamento e monitoraggio dei contatti, isolamento dei casi sospetti e confermati, rafforzamento delle misure di prevenzione e controllo delle infezioni, protezione degli operatori sanitari, sepolture sicure, mantenimento dei servizi essenziali, screening ai punti di uscita dai Paesi colpiti. Purtroppo, in alcune zone colpite si stanno verificando fughe dai centri di isolamento, resistenza alle sepolture sicure, aggressioni agli operatori sanitari. Tutto ciò favorisce il ritardo diagnostico e rende difficoltosi la sorveglianza sanitaria e il contenimento delle infezioni. Se la comunità locale non comprende i rischi e non collabora con le attività di risposta sanitaria, è impossibile controllare l'epidemia. Oms ed European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) hanno inviato sul territorio personale specializzato, materiali sanitari come dispositivi di protezione individuale destinati agli operatori in prima linea, attrezzature mobili di laboratorio e forniture mediche, cooperanti con le organizzazioni umanitarie come la Croce Rossa congolese per comunicare con le comunità locali e coinvolgerle. Parallelamente, la ricerca scientifica accelera sul fronte della preparazione di un nuovo vaccino a mRNA progettato per offrire protezione contro tre diverse specie di Orthoebolavirus: lo Zaire, responsabile della maggior parte delle epidemie degli ultimi decenni, il Sudan e quello attuale.
Rischio in Europa e USA In Italia è scoppiata la paura per due casi sospetti a Milano in viaggiatori rientrati dall'Uganda, ma fortunatamente i test hanno escluso Ebola. Al momento non ci sono casi in Europa. L'ECDC garantisce che il rischio per la popolazione europea resta molto basso. Lo stesso dichiarano i CDC americani per gli USA, che però, a differenza dei Paesi europei che seguono le indicazioni Oms di non chiudere le frontiere ma limitarsi ai controlli, hanno proibito dal 18 maggio 2026 per 1 mese l'ingresso negli Stati Uniti ai viaggiatori stranieri che siano stati in Congo, Uganda o Sud Sudan nei 21 giorni precedenti.
La malattia di Ebola La malattia da Ebola è una zoonosi, ovvero una malattia che può essere trasmessa dagli animali all'uomo oltre a diffondersi da persona a persona. I pipistrelli della frutta sono il più comune serbatoio naturale del virus. L'infezione non si diffonde per aerosol come influenza o SARS-CoV-2: la trasmissione richiede il contatto diretto con sangue, vomito, secrezioni, tessuti, organi o altri fluidi corporei di persone o animali infetti (come pipistrelli e scimmie), vivi o morti o con superfici e oggetti che sono stati contaminati con fluidi corporei di una persona o un animale malati o morti di Ebola. La diffusione è favorita da cattive condizioni igienico-sanitarie e durante pratiche funerarie che comportano il contatto diretto con il corpo della persona deceduta. L'incubazione dura da 2 a 21 giorni. Le persone infette non sono contagiose prima della comparsa dei sintomi. I sintomi iniziali sono aspecifici: febbre, diarrea, vomito, stanchezza, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola. Con il progredire dell'infezione possono comparire sintomi da compromissione di diversi organi e, nei casi più gravi, manifestazioni emorragiche. I viaggiatori di ritorno dalle aree colpite devono essere informati sulla malattia di rivolgersi tempestivamente a un medico in caso di comparsa di sintomi entro 21 giorni dal rientro. L'accertamento di laboratorio viene eseguito tramite il test RT-PCR (Real-Time Polymerase Chain Reaction) che rileva e amplifica il materiale genetico (RNA) del virus su campioni di sangue o altri fluidi biologici.




