Dislessico ed inconsapevole di esserlo fino a 58 anni di età, Philip Schultz rappresenta l'ennesima conferma di come, in un mondo di impari opportunità, lottare duro ripaga e libera il talento.
Nato nel 1945 a New York, da una famiglia molto povera di ebrei dell'Europa dell'est, trascorre un'infanzia drammatica. Vittima di bullismo, da parte di coetanei e di insegnanti poco accoglienti e severi, viene bocciato in terza elementare e relegato in una scuola di disadattati.
All'età di 11 anni impara a leggere. Contro ogni previsione Schultz diviene un poeta affermato, vince il premio Pulitzer nel 2008 con la raccolta di poesie Failure ed insegna letteratura e scrittura creativa all'università di New York.
Nel 2010, con la pubblicazione del memoir "My Dyslexia", Schultz ci conduce, senza eroismi e senza magniloquenza, nella sua vita e nella sua dislessia, attraverso un percorso di grande e ancora viva sofferenza: "ripensare al passato mi metteva così in agitazione che la mia mente si difendeva con la depressione".
"La mia dislessia" racconta la fatica quotidiana di un bambino spaventato, da sempre considerato stupido, in lotta per sopravvivere a se stesso, ai propri limiti, alla propria inadeguatezza ed all'aggressività degli altri.
..."Non avrei mai voluto essere fastidioso, distratto, lento, sconvolto, non avrei mai voluto avere l'espressione e il modo di parlare di uno stupido. Non volevo essere preso in giro, nè fare arrabbiare i miei insegnati, nè ritardare tutta la classe perché non capivo un concetto. Ma è quello che spesso accadeva a causa della mia difficoltà di apprendimento"...
Ed il viaggio continua, raccontandoci la lenta e patita metamorfosi, da ragazzino inetto ad uomo sapiente che trasforma il suo limite in un talento. Proprio attraverso la scrittura esprime se stesso, offrendo nuove chiavi di lettura di una diversità, solo apparentemente limitante, ma in realtà una grande ed insostituibile opportunità.
..."Una cosa è chiara: la mente di un dislessico è diversa da quella degli altri. Ho impiegato gran parte della mia vita per capire che non era la stupidità l'origine dei miei problemi di elaborazione del linguaggio. Come ogni altra importante transazione della vita, non è stato facile abbandonare l'immagine negativa che avevo di me. Mi ero abituato a considerarmi come uno che, per quanto imperfetto e non meritevole, era riuscito a fare bene una cosa e ad averne un riconoscimento. Avevo imparato ad adeguarmi e a convivere in maniera abbastanza soddisfacente con il mio io danneggiato. Da quando avevo 10 anni mi ero addestrato a vivere una vita di opposti."...
Schultz riesce ad elevare lo sguardo oltre la sua dislessia e il suo patire, raccontando la sofferenza di chiunque possa essere bollato come "diverso"
..."In un certo senso i dislessici sono condizionati dal loro ambiente a considerarsi l'unica causa delle proprie difficoltà di apprendimento. Se si chiede a un dislessico si scoprirà tutto un mondo di rimorsi, sensi di colpa e vergogna. Per i bambini che apprendono presto di essere dislessici e che ottengono aiuto e sostegno, è diverso, anche se non del tutto. È sempre doloroso per un bambino sapere di essere diverso e di essere etichettato come tale."...
Negare la propria sofferenza è spesso garanzia di infelicità. "Il dolore è l'essenza della vita e la radice della personalità". Riconoscerlo ed accettarlo lo rende già una forza.
Ed a sostegno, ma soprattutto esortazione di quel 4% dell'intera popolazione scolastica, quella dei dislessici, Philip Schultz dichiara: "Senza la mia dislessia non sarei mai diventato un poeta e uno scrittore".




