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Cultura

La tomba degli appestati

di Redazione · aprile 2009

La tomba degli appestati

Nel 1347, L'Europa fu sconvolta dalla pestilenza che sarebbe stata ricordata come "Morte Nera".

La paura del contagio e il numero delle vittime erano tali che i morti spesso restavano insepolti.

L'epidemia ritornò per secoli, ogni generazione, o quasi. Confraternite religiose si incaricarono di assistere i moribondi e seppellire i morti, non nelle cripte delle chiese, come si usava, ma in luoghi isolati fuori dai centri abitati. A Napoli la pestilenza del 1656 fece trecentomila morti, più di metà della popolazione.

Le arciconfraternite della Penisola Sorrentina, famose per organizzare ancora oggi le processioni di incappucciati del Venerdì Santo, nacquero in quel periodo, composte da laici, e continuarono la loro opera anche nelle epidemie di colera del XIX secolo.

I corpi delle vittime venivano trasportati nella "Selva delle Agostiniane", e qui bruciati o sotterrati.

Oggi in quel posto, conosciuto come "Tomba di Casanocillo", sorge un cippo in marmo con una lapide del 1887, che ricorda in tono commosso i morti "colpiti dal fulmineo morbo asiatico", come veniva chiamato il colera.

L'iscrizione è firmata dai comuni di Piano di Sorrento, Meta e Sant'Agnello, e un po' incongruamente li dichiara sostenuti da "religioso e patrio amore": l'accostamento suona oggi come un segno di un'epoca in cui il papa si dichiarava ancora prigioniero dello stato italiano, e lo zelo risorgimentale e anticlericale assumeva fervore quasi religioso. Quell'accenno all'amore patrio fu aggiunto per una sorta di equità verso il potere temporale, o per sincera devozione verso entrambe le "religioni" che si contendevano gli italiani?

L'iscrizione è consunta e coperta di funghi, ma il resto del sito è curato, tenuto libero dalla vegetazione e adorno di fiori. Ancora oggi il luogo è così impervio e fuori mano, che riesce difficile immaginare come potessero essere trasportate le centinaia di salme che vi vennero cremate.

Ogni anno, la domenica del Purgatorio, che la tradizione dedica al culto popolare dei morti, le arciconfraternite si recano in pellegrinaggio al sito di sepoltura, per commemorare i defunti di un cimitero dimenticato.

I confratelli, di tutte le età, per una volta senza cappuccio, percorrono una via crucis lungo il bosco, celebrano una messa e si ritirano, in un semplice rito carico di commozione.

Le circostanze delle epidemie, vissute da sempre come una punizione divina, hanno lasciato un alone particolare intorno al ricordo delle vittime, come ogni morte prematura o violenta.

Forse l'inconscio collettivo conserva la memoria di queste morti con la consapevolezza degli scampati, e la gratitudine verso chi ha espiato per tutti.

Piero Castellano