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Cultura

Il relitto del Vervece

di Redazione · maggio 2009

Il relitto del Vervece

In un pomeriggio del 1970, una piccola nave carica di pietrisco attraversò la Bocca Piccola, tra Capri e la Punta della Campanella. Era diretta a Castellammare di Stabia, e per qualche motivo, il capitano decise di seguire una rotta molto vicina alla costa: forse il vento era di Scirocco o di Grecale, e avrebbe infastidito il viaggio. Quando la nave fu all'altezza di Marina della Lobra, il porticciolo del borgo marinaro di Massa Lubrense, la rotta che aveva scelto si rivelò disastrosa: la prua della nave cozzò in pieno contro la roccia dello Scoglio del Vervece.

Lo scoglio è la cima di una scoscesa montagna sottomarina, alta 50 metri dal fondo del mare, e altri 20 sulla superficie. È un elemento così caratteristico del panorama locale, che da secoli è protagonista di leggende popolari. Carlo Amalfi, pittore carottese del '700, si rovinò la vita e la salute per il rimorso di aver abbandonato un rivale sul Vervece nel mezzo di una tempesta.

Quel giorno del 1970, però, il mare era calmissimo, e nessuno si spiegò come il capitano della nave avesse potuto non notare un isolotto roccioso, alto più della sua nave. Fatto sta che nessuno cambiò rotta, e la nave si schiantò con decisione contro la roccia calcarea del Vervece.

Lo scoglio aveva resistito al tentativo leggendario delle donne della Marina della Lobra, che non riuscirono a tirarlo a riva, soffrendo gravi danni, molto personali, che si dice si tramandino alle loro discendenti, e resisté senza difficoltà anche allo speronamento.

La nave, invece, con la prua sfondata, cercò di puntare verso terra, ma affondò in pochi minuti: l'equipaggio saltò in mare, e fu subito soccorso dai pescatori di Marina della Lobra, certamente increduli della tragedia, fortunatamente senza vittime, che si era svolta sotto i loro occhi.

La nave, affondando, si capovolse, e rovesciò tutto il suo carico sul fondo, poi vi si adagiò, raddrizzandosi nell'urto e urtando uno scoglio che aprì una nuova falla nella carena.

Da allora giace a 42 metri di profondità: diventò subito rifugio e attrazione per la fauna marina, e di conseguenza una risorsa per i pescatori locali. Naturalmente, subacquei senza scrupoli depredarono il relitto, asportando ancore, finestre, la ruota del timone e la chiesuola della bussola, e la terribile mareggiata del 1985 scoperchiò la tuga del ponte di comando.

Oggi si trova nel pieno della zona più protetta della Riserva Marina di Punta Campanella, e rappresenta un'immersione molto difficile per subacquei esperti, quei pochi che sanno come trovarlo. Con Nicola scendemmo a filmarlo, in una giornata di mare particolarmente calmo e limpido. E inaspettatamente risolvemmo, forse, il mistero dell'affondamento: nella cambusa, oltre alla cucina economica rovesciata, ancora collegata ad una bombola di gas, trovammo alcuni bicchieri spezzati, sparpagliati proprio accanto ad un enorme bottiglione di vino da venti litri, intatto, e pieno (o vuoto) ancora per metà…

Piero Castellano