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Cultura

Campioni di un tempo

di Redazione · maggio 2011

Campioni di un tempo

Il giro ebbe il suo inizio nel 1909 e tantissimi sono stati i campioni che hanno indossato la fatidica maglia rosa, nomi conosciuti e meno. Uno di questi grandi protagonisti è Alfredo Binda. Alfredo Binda nacque nel 1902 a Cittiglio un paesino del varesotto, cominciò a pedalare con la bici del suo papà e la usava di sera per andare a studiare musica e disegno. Dopo il diploma a 17 anni raggiunse suo fratello maggiore a Nizza dove lavorò come stuccatore e decoratore presso la ditta di suo zio. Il suo destino fu cambiato dall'incontro che ebbe in Costa Azzurra con un commerciante di biciclette: Morini. Prese parte ad una gara di biciclette dalla quale fu squalificato per cavilli regolamentari ma Morini, comunque, affascinato dalle sue potenzialità, gli regalò una bici da corsa nuova di zecca e cominciarono così i suoi successi. Binda sognava di diventare rivale di Costante Girardengo ma presto superò il suo idolo con le numerose vittorie ottenute in Francia. Fece ritorno in Italia dove indossò la maglia della Legnano. All'inizio si trovò in difficoltà per adattarsi alle strade italiane ma superato questo problema e lasciato libero di agire nella squadra, cominciarono i suoi innumerevoli successi. È da premettere che Alfredo Binda riuscì ad essere un grande campione in un periodo che il ciclismo cominciava a diventare professionistico, nonostante i marcati tratti pionieristici come strade dissestate, bici i cui materiali non badavano di certo al peso, per cambiare i rapporti bisognava fermarsi, sistemi di preparazione del tutto improvvisati e regolamenti privi di umanità, basti pensare che non esisteva durante la gara l'assistenza delle ammiraglie e gli atleti dovevano riparare da soli i guasti meccanici, pena la squalifica. Nell'arco della sua carriera ha vinto 41 tappe al giro, record mantenuto fino al 2004 superato da Mario Cipollini. Famoso per aver vinto 12 tappe su 15 nel Giro d'Italia del 1927 e nel 1929 otto tappe consecutive, entrambi record tutt'ora imbattuti. Vinse 5 giri d'Italia: 1925, 1927, 1928, 1929, 1933; record assoluto condiviso con Fausto Coppi ed Eddy Merckx. A causa della sua superiorità è stato l'unico corridore pagato dagli organizzatori per non partecipare al giro del 1930, ottenendo 22.500 lire, cifra che corrispondeva all'importo del premio finale ed alcune vittorie di tappa. Vincitore della prima cronometro della storia del giro nel 193: 62 Km da Bologna a Ferrara. Tre campionati del mondo (Record), due Milano – Sanremo, quattro giri di Lombardia e quattro Campionati Italiani. D'inverno si recava oltreoceano per disputare le note "sei giorni" nordamericane. Negli USA era considerato una star. I francesi lo chiamavano "La Gioconda" perché era bello come il capolavoro del Louvre in quanto correva sempre con lucidità, classe ed eleganza. Nel suo Palmarès il suo unico caso di doping, se così si può chiamare fu per vincere il giro di Lombardia del 1926, infatti, mangiò ventotto uova crude e lasciò il secondo classificato a ventinove minuti! Per il resto la sua cura alimentare come lui stesso affermava, era bistecche di manzo e risotti. Nonostante tutte queste vittorie non ottenne mai risultati di rilievo al Tour de France al quale partecipò raramente. Lasciò l'attività nel 1936, dopo un incidente che gli provocò la rottura del femore. Diventò commissario tecnico della Nazionale Italiana, ruolo che ricoprì per ben ventidue anni e soprattutto in occasioni delle trionfali spedizioni con Bartali nel' 48, Coppi nel'49 e nel'52, Nencini nel'60. La sua saggezza fu alla base dell'accordo impossibile fra Gino e Fausto. È ricordato come un uomo sapiente pacato, capace di risolvere problemi e appianare le asprezze delle grandi rivalità, uno stratega ben voluto da tutti e stimato in Italia e all'estero. È stato sempre definito il corridore elegante, il primo che a quei tempi attirava l'attenzione ed il tifo delle donne. Portò nel ciclismo una ventata di eleganza insieme al poderoso ossigeno dei suoi polmoni. I cronisti di lui dicevano che "vinceva senza apparente fatica, mulinando le gambe senza strappi". I giornalisti inventarono allora, osservandolo nelle numerose fughe solitarie, l'espressione "pedalata rotonda". Si dice che dopo una vittoria non abbia fatto in tempo a festeggiare, essere premiato, prendere il treno che lo riporta a casa, e vedere sulla carrozza che incrociava la ferrovia degli atleti ancora in gara. A questo grande ciclista alla sua morte avvenuta nel 1986 il comune di Cittiglio insieme alla volontà della sua famiglia ha istituito un museo in suo onore e se la sua figura può risultare un po' dimenticata dopo tanti anni, lui è ancora presente nella classifica dei più grandi italiani di tutti i tempi.